jueves, 18 de octubre de 2007

Lavoro nella globalizzazione


Carlos Cáceres Valdebenito


Negli ultimi venti-trent'anni i cambiamenti avvenuti nella società, nell'economia, nel modo di produrre e di comunicare, nella sicurezza sociale come nella rappresentanza, sono così radicali che tutto appare diverso e cambiato, al punto che la portata di questi cambiamenti sono paragonabili agli avvenimenti che alla fine del XIX secolo, portarono alla nascita delle prime forme di assicurazione sociale e alla costituzione dello stesso sindacato. Gli effetti della globalizzazione sul lavoro e sui sistemi di relazioni industriali sono alla luce del sole.

Le privatizzazioni, le massicce deregulation, l’abbattimento delle barriere doganali, la disoccupazione di massa in Europa, l’affermarsi, soprattutto negli Usa, più che di una economia di mercato, di una società di mercato, con una forte polarizzazione sociale, ecc., tutto ciò sta provocando una crescita delle diseguaglianze economiche, polarizzazione, esclusione e crisi dei processi d'integrazione sociale.

E dunque se la globalizzazione scompone e talvolta distrugge il vecchio ordine keynesiano-fordista, quali effetti ha sulla coesione sociale? Qual è la visione che il movimento sindacale ha della globalizzazione? Quali sono gli strumenti che esso propone per controllarne e governarne le potenzialità? Quali sono le politiche e gli interventi che propone per mitigarne gli effetti più dannosi? Come può trasformarsi il conflitto e la stessa rappresentanza nell’era della globalizzazione?

La globalizzazione non è soltanto la trasformazione delle relazioni economiche, della organizzazione produttiva o dell’economia ma è anche, e forse soprattutto, la trasformazione delle relazioni sociali, culturali, familiari e, come avrebbe detto Polany «una grande trasformazione» della stessa soggettività umana.

Tutte le società dei paesi industrializzati, vivono un periodo di durature e strutturali trasformazioni sociali. All’origine di questa trasformazione si trova il cambiamento da un ordine sociale in cui la relazione salariale era politicamente regolata, ad un altro ordine, in cui la relazione salariale, politicamente non regolata è affidata al «vento» del mercato.

Nel precedente ordine sociale, il salario era regolato dal solo mercato e non c’erano forme di correzioni agli eccessi prodotti dall’ordine sociale. Fu in tale contesto che ebbe origine, alla fine del XIX secolo e inizi del XX, la cosiddetta questione sociale.

Seguì una fase keynesiano-fordista dove il salario fu regolato da un forte intervento politico statale. Questa fase si caratterizzò per il notevole impatto che ebbe l’intervento pubblico sull’economia; per l’utilizzo della domanda nazionale (deficit pubblico, opere pubbliche, tassi d’interesse, scambi internazionali). Ma soprattutto si caratterizzò perché l’obiettivo centrale fu quello di creare pieno impiego.

Fu nella creazione di questa struttura sociale che si crearono e si consolidarono il diritto del lavoro e la sicurezza sociale.

Si trattava di un sistema economico-sociale che vedeva i governi nazionali impegnati nell’utilizzo di una spesa sociale che quasi ovunque si aggirò intorno al 25% del Pil. Ma, soprattutto, questo sistema presupponeva, e presuppone, l’esistenza di una classe lavoratrice organizzata e riconosciuta attraverso le sue organizzazioni di rappresentanza.

Il movimento sindacale vede allarmato il carattere esclusivamente neoliberistico di una globalizzazione che, così facendo accentua le asimmetrie tra nord e sud del mondo, tra poveri e ricchi, tra chi ha e governa le tecnologie e chi non le ha o non le conosce, ciò che non va è la sua attuale natura neoliberistica, foriera di esclusione e di diseguaglianze sociali.

È questo proditorio dualismo, è questa polarizzazione che crea rischi per la democrazia (laddove questa è debole) e per la coesione sociale (anche laddove questa è consolidata).

Per noi la globalizzazione neoliberistica non è l’unica possibile. E dunque la alternativa vera non è la lotta “alla” globalizzazione ma bensì il suo governo, il suo effettivo controllo. Ma per governare la globalizzazione occorrono insieme più politica, più partecipazione, più società, occorre, in sostanza, più democrazia, ma occorrono anche nuove istituzioni internazionali.

La globalizzazione pone al movimento sindacale la necessità di ripensare se stesso a cominciare dagli strumenti e dalle forme dell’azione sindacale; se la rivoluzione tecnologica ha posto l’esigenza di rappresentare le nuove professionalità, -le alte professionalità- la globalizzazione richiede persino di ripensare le stesse forme della rappresentanza.

C'è sempre più consapevolezza che il sistema giuridico fondato sull'impero della "legge", caratteristica questa che ha dominato le democrazie liberali non è più all'altezza delle nuove esigenze, perché limitato dalle varie sovranità nazionali. Ora occorre una legislazione sovranazionale, cioè globale, anche per imporre il rispetto di standard sociali ed ambientali, oltreché per il controllo e il governo tout court dell'odierna globalizzazione.

Che l’esigenza di autoriforma del sindacato sia qualitativa, lo dimostra il fatto che la globalizzazione richiede che i sindacati di aree geografiche diverse siano posti davanti a problemi comuni dove emerge la necessità di rappresentare il lavoro in modo diverso, prima di tutto superando le stesse barriere nazionali nell’agire sindacale.

Tra i settori sociali più coinvolti nel cambiamento c’è dunque il mondo del lavoro e le sue organizzazioni rappresentative.

In particolare, per il movimento sindacale internazionale, le politiche economiche, finanziarie e commerciali dell’economia globale sono considerate pericolose e persino nocive perché carenti di chiare forme regolative e perché ignorano la dimensione sociale.

Ritenendo che gli Stati nazionali e le stesse istituzioni finanziarie internazionali, finora non siano state in grado di governare la globalizzazione, il sindacato propone come lo strumento principe la partecipazione concertativa.

E in questo senso. E suo tempo feci la proposta la proposta di vedere nell’Oil la vera «sede della concertazione mondiale», come unico modo di espandere e creare consenso in favore della clausola sociale e dei concetti espressi nelle core conventions. (anche se mi rendo conto che si tratta di una proposta "troppo" cislina!)

Non si tratta, certamente, di riprodurre sic et simpliciter il modello di relazioni sindacali e industriali che, in particolare in Italia, è stato attuato, anche perché il livello d'istituzionalizzazione, la prassi contrattale, la struttura e la cultura organizzativa e del conflitto è assai differenziata anche all'interno della stessa Europa.

Trovare forme di convergenze e costruire strategie diventa dunque, nel sindacalismo internazionale un compito primario, ma, temo, che ciò sarà possibile solo dopo una radicale riforma e ristrutturazione di queste organizzazioni.

Ovviamente gli effetti della globalizzazione sono diversi nei paesi poveri e nei paesi di antica industrializzazione. Nei primi, sostiene la Orit-Icftu «il decennio degli anni ottanta e degli anni novanta dimostrano come i paesi poveri non siano riusciti né a modificare la propria forma di inserimento nell’economia mondiale, né a far parte di un nuovo ciclo storico e di crescita economica sostenuta che, in termini di inclusione sociale, possa estendersi gradualmente verso coloro che sono rimasti fuori dal modello di sviluppo.

Al contrario, ciò che si è raggiunto è una relativa crescita economica con più disoccupazione, precarizzazione del lavoro e diseguaglianze sociali, fattori che tutti insieme concorrono alla limitazione dei diritti economici, sociali e politici dei cittadini. Tutto ciò risulta dalla maggiore competizione intercapitalista e della politica neoliberista e dalle enormi deregolazioni del capitalismo in questo fine secolo».(1)

Nei paesi poveri, laddove la negoziazione e l'azione collettiva è debole, -perché debole è non soltanto il sistema produttivo ma anche le controparti sociali-, il movimento sindacale ha avuto nello Stato la principale controparte, e lì la globalizzazione ha significato una riduzione della presenza dello Stato e delle politiche pubbliche, limitando con ciò ulteriormente la tutela e la difesa dei diritti collettivi.

Le forme dell'azione sindacale, il conflitto, le stesse forme della rappresentanza sono state stravolte dai vorticosi processi della deregulation, dalla quantità e qualità delle privatizzazioni e quindi dall'imposizione di esclusive logiche di mercato, di flessibilizzazione non negoziata, in definitiva dall'assenza di politiche concertative.

I lavoratori finora hanno dovuto affrontare «la caduta dei salari reali, la riduzione dei benefici sociali e le minacce di chiusura per delocalizzazione». Gli interessi delle imprese multinazionali «stanno usando la globalizzazione per livellare verso il basso» i diritti e le conquiste del mondo del lavoro creando inoltre una forte competizione tra gli stessi lavoratori.(2)

Le esigenze di regolazione, di «governo della globalizzazione» prevalgono nella maggioranza del sindacalismo di queste aree. Vi sono tuttavia ampi settori ostili alla stessa logica della globalizzazione. Tale ostilità deriva fondamentalmente dalle conseguenze che, nel breve periodo, derivano dalle politiche di libero commercio che finora ha avuto una logica asimmetrica. Molti sindacati del Terzo mondo, e non solo, vedono, nella richiesta di rispetto degli standard sociali e ambientali avanzata dai sindacati dei paesi industrializzati, una forma di protezionismo.

Le conseguenze che la globalizzazione sta imponendo sui mercati del lavoro nei paesi industrializzati ad alti salari sono indiscutibili. Qui la situazione è diversa, poiché la pressione per ridurre la presenza dell'azione sindacale si manifesta nelle richieste di flessibilizzazione, nella riforma e riduzione dello stato sociale, nell'adeguamento dei salari alle logiche competitive, nella riduzione delle tutele.

Tuttavia vi è quasi unanimità nel sindacalismo europeo nel considerare la globalizzazione «come un processo che offre grandi opportunità, soprattutto per i più poveri, ma queste opportunità non diverranno condizioni di equità e di benessere generalizzato senza l’intervento del sindacato».

Il sindacalismo europeo, in particolare quello italiano, non ha avuto dubbi in questi anni, nel considerare la globalizzazione come un fenomeno positivo. Ma questo giudizio lo ha condizionato al superamento dell’esclusione «che colpisce due terzi dell’umanità» e al superamento della cultura del «pensiero unico» liberista incentrata nella prevalenza etica del mercato.

Tuttavia la globalizzazione è ancora oggi un fenomeno politicamente e socialmente anarchico.

Nei paesi industrializzati, secondo Rodrick, il global market ha creato un triplice effetto negativo.

  1. vi è un forte incremento dell’instabilità del lavoro e una crescita delle diseguaglianze salariali;
  2. vi è una consistente riduzione della spesa sociale e dei consumi pubblici creando un effetto depressivo ancor più consistente in quei paesi con scarsa mobilità di capitali;
  3. vi è una crescita delle tensioni che tendono a degradare e deprezzare le norme di tutela sociale a livello nazionale, con l’obiettivo di affrontare gli effetti del dumping sociale che la globalizzazione porta con sé.(3)

E dunque per queste società che negli ultimi cinquanta anni hanno costruito la propria legittimità sociale su un ordine fondato sulla stabilità del posto di lavoro, sulla riduzione delle disuguaglianze e sulla sicurezza e protezione sociale, non c’è dubbio che quelle politiche, che vanno in senso opposto, creano le fondamenta per la crisi della coesione sociale.

In questo senso la globalizzazione, se non regolata e lasciata a briglia sciolta, per alcuni settori del mondo del lavoro, può avere un carattere di vera e propria disintegrazione sociale.

Più concretamente la globalizzazione, soprattutto attraverso la competizione internazionale, tende a ridurre la capacità sindacale di difesa dei livelli salariali, particolarmente per quelli più elevati; a ciò si aggiunga che, con la delocalizzazione, le imprese tendono alla ricerca di luoghi di investimento dove minore è la difesa sindacale e contrattuale. Vi è poi un ulteriore minaccia alla forza del sindacato come sostengono Lange e Scruggs, la globalizzazione può «spingere i governi a cambiare le loro politiche competitive in modo che (intenzionalmente o inintenzionalmente) indeboliscono la forza contrattuale del sindacato e il diritto di voce sui luoghi di lavoro». (4)

E infine va ricordato che l’internazionalizzazione estende questo fenomeno alla stessa gestione delle risorse umane e ciò colpisce severamente il sindacato che agisce prevalentemente a livello nazionale.

Questi aspetti possono incidere in un calo della sindacalizzazione e quindi della tutela dei più deboli.

Ovviamente si tratta di questioni controverse poiché l’espansione economica e commerciale, la specializzazione produttiva potrebbero beneficiare il sindacato e i livelli di sindacalizzazione. E non mancano coloro che affermano che la crescita del sindacato è legata alla domanda di tutela e siccome con la globalizzazione tale domanda tende a crescere, ergo sono i sindacati a beneficiare della globalizzazione.(5)

Il movimento sindacale europeo generalmente si è manifestato in favore di politiche non protezionistiche, anche se non mancano le tentazioni ad usare la clausola sociale in termini protezionistici. Certamente diverso è il caso di quello americano.

Il dato qualitativo inoltre è contrassegnato dal fatto che l’azione sindacale che si orientava prevalentemente sull’impegno negoziale e contrattuale, oggi richiede un impegno più forte nell’area politica e sociale; è la stessa globalizzazione a porre al movimento sindacale l’esigenza di accrescere il proprio impegno politico e sociale, anche a livello internazionale.

La globalizzazione è vista dal sindacato europeo, come abbiamo visto, con criteri prevalentemente non ideologici valutando positivamente tutte le potenzialità sia sul piano della crescita che su quello dello sviluppo commerciale. Ma perché la globalizzazione non sia uno strumento di attacco alla coesione sociale il movimento sindacale dovrebbe impegnarsi nella creazione di politiche tese alla creazione di regole che contrastino ogni forma di deregolamentazione selvaggia.

L’azione sindacale, a cominciare dalla contrattazione, dovrà adeguarsi alle esigenze della globalizzazione che richiede forme più ampie e più articolate di negoziazione collettiva dove il livello nazionale e categoriale dovrà necessariamente combinarsi con quella regionale e multinazionale, a partire dalle aree integrate.

Un primo intervento il movimento sindacale lo ha identificato nell’estensione della contrattazione collettiva. È opportuno elevare i livelli contrattuali fino a superare le frontiere nazionali per arrivare a vere proprie forme di negoziazione internazionale e mondiale.

Nell'ambito di una strategia che punti a realizzare una vera e propria forma di governo della globalizzazione lo strumento principe è quello della concertazione a livello internazionale ma ad essa occorre affiancare una serie di proposte, per una riforma delle organizzazioni internazionali che consenta la partecipazione delle parti sociali agli stessi processi decisionali.

In sostanza occorre un impegno serio per dare avvio a politiche che creino sinergie tra le istituzioni internazionali, i governi e le parti sociali.

Non mancano proposte più puntuali quali ad esempio la clausola sociale, la Tobin tax, l’abbattimento del debito estero dei paesi del terzo mondo; politiche ambientali ecosostenibili, il rapporto tra Organizzazione internazionale del lavoro e Organizzazione mondiale del commercio (laddove la seconda ha escluso la prima dai suoi vertici per non venire incontro alle richieste relative agli standard sociali), ed anche proposte eco-ambientali, ecc.

Tuttavia non ci sfugge la difficoltà di concepire forme d'intervento sulla globalizzazione partendo dalla dimensione istituzionale, poiché è la stessa natura odierna, anarchica e incontrollata della globalizzazione a impedire lo sviluppo di qualsivoglia strategia che parta dall'alto

Appare invece discutibile la visione che il movimento sindacale ha sul libero scambio, e cioè adesione di principio al libero commercio e equidistanza tra le visioni protezionistiche, che qua e là serpeggiano al suo interno e quelle maggioritariamente aperturistiche.(6) E tuttavia non è mistero che la liberalizzazione commerciale, così come finora si è realizzata, ha dato risultai contraddittori e, in molti casi, persino, negativi.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, il movimento sindacale è impegnato nel distinguere le diverse concessioni che vengono proposte sulla flessibilità, fermo restando che questa rimane una materia negoziale.

La visione che concepisce la flessibilità fondata prevalentemente sugli effetti che essa crea sul costo del lavoro è vista come è ovvio assai negativamente. Ma quella basata sull’innovazione e che si affida ad una concorrenza fondata sulla qualità interessa certamente molto di più.

Quest’ultima richiede un forte impegno sui temi formativi, sulla formazione professionale e sulla formazione permanente poiché è questo il principale valore aggiunto che i prodotti italiani ed europei porteranno con sé nella concorrenza globale.

Infine per quanto riguarda l’internazionalizzazione del capitale finanziario non ci sembra che ci sia un profuso impegno sindacale in favore della trasparenza e di una regolamentazione seria e compiuta che impedisca la continuazione del grande Casinò della speculazione valutaria e dei movimenti liberi di capitali.

D’altra parte gli eccessi e la polarizzazione tra paesi ricchi e paesi poveri, ma anche all’interno dei singoli paesi, che l’assenza di regolamentazione sta producendo pone al sindacato, non solo, ovviamente, quello europeo, il gravoso compito di agevolare gli investimenti produttivi di lungo periodo che possano creare le condizioni, se non per il pieno impiego, per il superamento in termini dinamici della disoccupazione strutturale.(7)

In Europa, in particolare, occorre un maggiore impegno in favore dell’armonizzazione fiscale. Quella del fisco deve essere la nuova frontiera della concertazione sindacale europea. In questo senso non basta una politica tesa ad una adeguata tassazione della ricchezza e, soprattutto, dei redditi di capitali, ma occorre una politica che impedisca la fuga dalla tassabilità delle imprese multinazionali ed anche un adeguato trattamento fiscale del commercio on line.

Note

  1. Orit-Ciosl, Governar la globalización, Santo Domingo, 1998
  2. Orit-Ciosl, op. cit.
  3. D. Rodrik, Has globalization gone too far?, Whashington 1997
  4. Peter Lange e Lyle Scruggs La sindacalizzazione nell'era della globalizzazione in «Stato e Mercato» n.55,1999
  5. Geoffrey Garrett Partisan Politics in The Global Economy, New York 1998.
  6. Si veda il documento della Cisl Internazionale «Affrontare la sfida della globalizzazione: proposte da presentare alle riunioni annuali dei consigli dei governatori del Fondo monetario Internazionale e della banca Mondiale», Hong Kong, 23-25 settembre 1997.
  7. Sulla flessibiltà, sul decentramento contrattuale e soprattutto sul tema relativo alle politiche di convergenza si veda il saggio di Marino Regini L'Europa fra de-regolazione e patti sociali, in «Stato e Mercato» n.55 1999.


Il mondo d'oggi

Nessuno può più ignorare, in tempi di Internet e di Villaggio globale il come è del mondo d'oggi:

Su sei miliardi di persone 2,8 miliardi, quasi la metà della popolazione mondiale vive con meno di due dollari al giorno, e 1,2 miliardi un quinto della popolazione mondiale vive con meno di un dollaro al giorno;

Ci sono 10 milioni profughi

Nell’ultima decade ben 300 mila bambini hanno fatto i soldati e 6 milioni sono stati feriti nei diversi conflitti armati;

La Mercedes paga le tasse negli Stati Uniti e non più in Germania. La Bmw e la Siemens, colonne portanti del capitalismo tedesco, hanno ridotto quasi a zero la quota di contribuzione fiscale. Che succede in Italia?

I 48 paesi più poveri del mondo realizzano appena lo 0,4 per cento delle esportazioni mondiali

Le speranza di vita media in Africa è di appena 52 anni

Chi inquina il mondo: i paesi industrializzati producono 11,4 mila tonnellate di CO2 contro 2 dei paesi in via di sviluppo

E il mondo del lavoro?

La situazione certo non è esaltante: circa 160 milioni di persone sono alla ricerca di un lavoro. Oltre 70 milioni di giovani in età compresa tra i 15 e i 24 anni cercano lavoro e non lo trovano.

Circa un miliardo di lavoratori, un terzo della manodopera mondiale è senza lavoro, oppure ha un lavoro precario

Ci sono 250 milioni di bambini che lavorano, e milioni che soffrono maltrattamenti fisici e psicologici. Ci sono 100 milioni di bambini che lavorano per le strade

Ci sono 27 milioni di schiavi!!!

Di fronte ad una realtà così drammatica, ci sembra che l'Europa abbia l'obbligo etico di guardare oltre le frontiere anguste del proprio particolare, soprattutto quando esprime solo egoismi ed esigenze nazionali.

Desarrollo Portuario

Hacia finales del siglo XVIII y principios del XIX, las gentes que habitaban en las orillas de nuestra bahía padecían una situación que les originaba miseria, que les impedía el auge que siglos atrás habían conocido. Hacia pocos años que, quienes moraban en su lado este, habían logrado su independencia de Hondarribia, mientras los del oeste seguían bajo jurisdicción de la capital.

Conscientes y preocupados por la situación descrita, unieron sus fuerzas y optaron por construir su futuro de manera conjunta. Exigieron una solución a los problemas que tenían y obtuvieron como respuesta la unificación de Pasaia en una única jurisdicción. Esta nueva entidad local tenía por objeto una mejor y más cercana gestión del territorio y de las actividades que en él se desarrollaban, fundamentalmente, las que estaban íntimamente ligadas al puerto.

Conocer esta realidad nos permite comprender la situación actual en la que también tenemos dificultades para recuperar el auge que hace pocas décadas conocimos.

Nuestra unión tiene fuerza. Tenemos un único reto con diferentes tonalidades. Vamos a seguir viviendo aquí y vamos a trabajar por mejorar nuestra calidad de vida. Necesitamos un pueblo viable en lo económico, en lo urbanístico y, sobre todo, en lo social.

La decisión acerca del futuro de nuestro pueblo es nuestra. Vamos a transformar la situación actual y para ello vamos a decidir. Nuestra base es el compromiso firme que tenemos para construir ese futuro de manera conjunta con todos los y las pasaitarras.

Vamos a crear condiciones y mecanismos para escuchar, participar, compartir, debatir y decidir. No nos es suficiente con crear foros de participación y debate, crearemos foros de decisión.

Es imperdonable que el proceso de regeneración se encuentre paralizado por quienes no tienen voluntad política para solucionar nuestros problemas. No se trata de volver a pensar Pasaia, sino de actuar sin demora. Es hora de ejecutar acciones que generen calidad de vida y empleo digno para todos y todas.

Es un proceso integral, que debe favorecer a todo el territorio y a todos y todas las pasaitarras y que debemos construirlo entre los agentes sociales e institucionales de Pasaia.

Tenemos un pueblo que es una enorme oportunidad en si mismo. Un pueblo que a lo largo de la historia ha tenido siempre claro su rumbo. Tenemos un puerto, un suelo portuario que es un territorio que debe seguir siendo el motor de nuestra economía, pero que debe adaptarse a la realidad actual y a sus necesidades.

Tenemos recursos propios para ser motores de nuestra economía y de nuestra recuperación. Los vamos a gestionar adecuadamente, poniéndolos al servicio de esos objetivos.

Apostamos por impulsar el sector turístico como complemento a una actividad portuaria moderna, consideramos el comercio local como elemento que estructura nuestra actividad social e implicaremos al ayuntamiento en actividades económicas en sectores como el ocio y el turismo cultural. Estos son algunos de los ejes que proponemos para generar la política socio económica a nivel local.

Estos ejes, junto con una apuesta por La Herrera como lugar para las actividades que sean motores de la regeneración de todo nuestro pueblo, son los fundamentos del futuro del mismo.

Oarsoaldea y su agencia de desarrollo, creada con el esfuerzo de los cuatro ayuntamientos, son una referencia obligada para mejorar los niveles de empleo y desarrollo de los pueblos y los ciudadanos y ciudadanas de Oarsoaldea y lo debe seguir siendo.

Esta lucha por poner en marcha el proceso que nos permita salir de la situación en la que nos encontramos, debe ir acompañada de acciones para solucionar los problemas urbanísticos de nuestro pueblo. El urbanismo, es decir, la organización y gestión del espacio urbano debe estar al servicio de la gente, de sus itinerarios, de sus necesidades y de una búsqueda constante de equilibrio con el medio natural. Gestionaremos adecuadamente el urbanismo para mejorar con ello nuestra calidad de vida, nuestra salud, nuestro estado de ánimo.

Tenemos zonas con urbanizaciones de mala calidad, aceras estrechas, escasez de espacios libres y falta de equipamientos públicos. El planeamiento municipal, con sus aciertos y sus errores, ha conseguido recuperar para el pueblo espacios industriales ruinosos, pero está casi agotado. Exigimos las ayudas de otras administraciones para urbanizar esos espacios, pero tenemos claras cuáles son las prioridades.

La solución al problema de la vivienda no vendrá de construir más y más, sino de una gestión correcta de lo que ya hay construido y de la dirección que se le dé a lo que se construya.

Las soluciones al problema del aparcamiento no vendrán sólo de dar cabida al cada vez mayor número de vehículos, sino de una apuesta decidida por fomentar un transporte público de calidad que haga innecesario el uso y abuso de nuestro vehículo particular. Durante esta legislatura vamos a encauzar las soluciones.

Quienes, durante años, han convertido nuestro pueblo en una industria contaminante han decidido que la solución a nuestros problemas vendrá con la construcción de un puerto exterior. Un puerto que no sirve a los intereses de los y las pasaitarras sino a los bolsillos de unos pocos. Además destruirán uno de los mayores valores con los que contamos, Jaizkibel.

Nuestra brújula indica el no como respuesta, denunciamos el chantaje al que nos vienen sometiendo. Por ello decimos que sí a un desarrollo de la actividad portuaria, armónico y respetuoso con el medio ambiente y los y las pasaitarras.

Durante años también han perjudicado nuestra salud con la central térmica de Donibane. Ha llegado la hora de decir ¡vale!

Una parte importante de los y las pasaitarras sufrimos injusticia social, estamos marginados o en riesgo de exclusión. Trabajaremos para eliminar las causas que la generan. Tenemos voluntad política para transformar esta realidad social. Esta tarea no es competencia exclusiva de los servicios sociales, sino del conjunto de sistemas que tenemos, del sistema educativo, del sanitario, del asistencial, del de empleo, etc.

Queremos colocar nuestros servicios sociales rumbo a ese objetivo y por ello revisaremos y adecuaremos su plan estratégico.

Pasaia, por su tradición marinera ha sido y sigue siendo un lugar de encuentro entre culturas, pero a lo largo de nuestra historia hemos sabido mantener la nuestra, cuyo elemento central es nuestra lengua, el euskara. A pesar de los esfuerzos que numerosos agentes han realizado a favor de su recuperación, continuamos lejos de una normalización del uso de la misma. La tarea no va a ser fácil y requerirá de un trabajo conjunto y de un compromiso colectivo.

Durante décadas hemos sabido crear espacios para desarrollar un asociacionismo cultural, rico y diverso. Tenemos que profundizar en ese trabajo y mejorar tanto las actividades que se desarrollan desde el ayuntamiento como las que son creadas por nuestro tejido asociativo. Tenemos que aprovechar nuestro rico pasado cultural y social para convertinos en referencia de la cultura marítima en un sentido amplio, con el Museo Naval como eje central del desarrollo armónico de esta área.

Nuestros hijos e hijas deben contar con una oferta educativa que se base en nuestros valores culturales y lingüísticos y en valores solidarios con espíritu crítico. Para ello, y para evitar el éxodo hacia otros referentes educativos ajenos a Pasaia, apostamos fuerte por las realidades educativas de Pasaia

De antaño son conocidas nuestras gestas en el remo. El número de clubes y asociaciones que se han dedicado al deporte como forma de desarrollo personal y colectivo de los y las más jóvenes ha sido y es muy numeroso. Debemos entender el deporte como un elemento social, educativo e integrador. Se debe desarrollar en torno a tres ejes: la cooperación, los valores y la perspectiva nacional. Es necesario contar con unas infraestructuras adecuadas que estén al servicio de quienes deseen hacer deporte, no sólo de quienes hagan deporte de élite.

La juventud tiene problemas que no se pueden entender de una manera aislada. Actuaremos en defensa de los derechos y las necesidades de la juventud y respetar su derecho a decidir. Nuestros ejes en política juvenil serán la lucha para lograr unas condiciones de vida dignas para la juventud y la defensa de la palabra y la decisión de los y las jóvenes.

Desde Pasaia estamos, también, construyendo Euskal Herria. Y lo hacemos junto a todas aquellas personas que han llegado desde fuera de Euskal Herria, desde la izquierda y con visión de país.

Todos los derechos, para todas las personas, en toda Euskal Herria. Vamos a defender los derechos que, como nación soberana que somos, tenemos para definir y gestionar la política de migración, diversidad, asilo y extranjería. Vamos a defender y a garantizar los derechos de ciudadanía, residencia y nacionalidad que nos corresponden a todos y todas, a los y las que nacimos aquí y a todas las personas inmigrantes. Decimos no a la aplicación de las leyes de extranjería española y francesa en nuestro pueblo.

No viviremos en una sociedad justa mientras persistan las desigualdades entre hombres y mujeres. El ayuntamiento es un instrumento esencial para la construcción de una sociedad basada en valores de igualdad y de transformación social. Pondremos los medios para erradicar esa discriminación y garantizar el ejercicio de nuestros derechos.

En esta área desarrollaremos una política integral en todas las facetas de la vida municipal. No nos conformaremos con configurar programas de atención sino que crearemos áreas para la igualdad.

La violencia contra las mujeres tiene su origen en las relaciones de dominación entre hombres y mujeres, se basa en todas las situaciones de discriminación que esta sociedad genera y que conlleva la infravaloración de la mujer. Siendo un problema estructural, la clave para su desaparición se encuentra en la transformación social.

Hasta aquí la lectura de la situación y las necesidades de nuestro pueblo. A partir de aquí dar solución a los problemas es tarea de todos y todas. Nosotros y nosotras estamos dispuestas, necesitamos tu aportación.

Es necesario, eso nadie lo niega, pero hay una cosa evidente, es posible, si queremos es posible. Intentarlo merece la pena.


Carlos Cáceres Valdebenito

Estrategias de promoción de uso sustentable de agua en la Zona Metropolitana del Valle de México


Cruz García Lirios
Universidad Autónoma Metropolitana
México

Publicado en Revista Futuros No 11. 2005 Vol. III
http://www.revistafuturos.info

Resumen

La problemática de abasto irregular e insalubre de agua que se espera en la Zona Metropolitana del Valle de México en el 2025, implica una estrategia a priori y a posteriori considerando el contexto socio histórico de la megalópolis.

Palabras claves: Cambio Climático, Crecimiento Económico, Comportamiento Sustentable.

1. Delimitación del problema

La problemática del agua en el mundo esta interconectada climática y económicamente. Por ejemplo

  • El 97.5% es salada, 2.24% es dulce y solo 1% esta disponible en ríos, lagos y acuíferos para el consumo humano.
  • 113000 km3 de agua, se precipitan anualmente. En el mundo, 7100 km3 se evapora, 42000 km3 regresa a los océanos y se filtra a los acuíferos.
  • Anualmente, el 70% entre 9000 y 14000 km3 mantienen los ecosistemas y sólo 4200 km3 (30%) está disponible para irrigación, industria (23%) y uso domestico (8%). Se estima que en el 2025 el 80% de la población mundial estará en alta escasez (Toledo, 2002).

En el mundo las principales problemáticas en torno al recurso agua son su abasto irregular e insalubre. Se estima que una quinta parte de la población mundial sufre escasez del vital líquido y que cinco millones de personas mueren cada año por beber agua contaminada (Sartori y Mazzoleni, 2003). Dicha situación esta determinada indirectamente por el sistema económico y político Neoliberal a través de: (1) el aumento exponencial de la población en 6000 millones de personas y sus patrones de consumo, (2) la construcción de infraestructura para la sobreexplotación, distribución y comercialización de productos y servicios energéticos, (3) la excesiva producción agrícola y (4) la consecuente contaminación del suelo, agua y aire (Organización de Naciones Unidas, 2003).

En este sentido, se estima para el año 2025 una crisis mundial de abasto irregular e insalubre de agua en la que 2000 millones de individuos no dispondrán de agua bebible.

En México esta problemática se acentúa al ser el onceavo país con más población en el mundo (101,7 millones de personas), con una densidad de 52 personas por Km2 en promedio, una población menor de 15 años que es el 33% la cual contrasta con el 5% que son mayores de 60 años, el 74% vive en zonas urbanas y su ingreso per cápita al año es de 8,790 dólares norteamericanos. Además, su población crece anualmente a un ritmo de 2,1 millones y se espera que en el 2050 aumente 48%, estimando su población para el 2025 de 131,7 (INEGI, 2000).

Al respecto, se estima:

  • El 28% del agua disponible es consumida por el 77% de la población que contribuye con 84% del Producto Interno Bruto (PIB)
  • En contraste, el 72% del agua disponible es consumida por el 23% de la población que contribuye con el 16% del PIB.

La Comisión Nacional del Agua al evaluar los porcentajes de calidad del agua superficial de 393 estaciones en 225 ríos, 81 estaciones en 62 lagos y presas, 26 estaciones en 13 santuarios y sitios costeros, 15 estaciones de descarga de aguas residuales, así como de la subterránea que consta de 228 estaciones en 24 acuíferos, estableció el Índice de Calidad del Agua con valores entre 0 y 100, siendo este último valor excelente, después aceptable, levemente contaminada, contaminada, fuertemente contaminada, y el último como excesivamente contaminada. Demostró que el 60.7% del agua superficial y el 46.3% de subterránea están contaminadas y fuertemente contaminadas, clasificando al agua superficial del Valle de México como excesivamente contaminada con un 32.49.

En este sentido, la Comisión Nacional del Agua (CNA) en su informe de 2004 señala:

  • La disponibilidad del agua por región hidrológica (m3/habitantes/año), en la Zona Metropolitana del Valle de México, esta clasificada como baja siendo la causa principal del abasto irregular de agua.
  • Las inversiones del subsector en zonas urbanas fueron en la ZMVM de 394.200 pesos y se canalizaron única y exclusivamente al saneamiento de aguas residuales.
  • El suministro de agua en la ZMVM es de 68 m3/seg. los cuales provienen de pozos explotados 25.16 m3/seg. (37%), pozos recargados 15 m3/seg. (22%), manantiales .36 m3/seg. (2%), del Río Cutzamala 13.6 m3/seg. (20%) del Río Lerma 6.12 m3/seg. (9%) y saneamiento con 6.8 m3/seg. (10%).

En consecuencia, el agua en el Distrito Federal (Aldama, 2004), esta destinada a la industria (17%), el comercio (16%) y uso domestico (67%) el cual se divide en el uso de excusado (40%), regadera (30%), ropa (15%), trastes (6%), cocina (5%) y otros (4%).

2. Conceptuación del problema

Se aborda la problemática de abasto irregular e insalubre de agua a partir de los fundamentos de la Aproximación Sustentable (teoría de las relaciones entre variables que configuran modelos para explicar un comportamiento comunitario e individual, afectivo y razonado, heurístico y planificado ante la escasez y protección de los recursos naturales).

Desde que se propuso el término Economía Sustentable en referencia a la tasa de ahorro que debe ser mayor a la tasa de depreciación combinada con el capital natural (recursos energéticos y productos agrícolas) y el capital manufacturero, se han planteado sistemas de crecimiento concomitante con los recursos naturales (sobre todo energéticos y minerales) (Guimaraes y Bárcena, 2002).

Sin embargo, hay una distinción entre “crecimiento” y “desarrollo”. El primero, sugiere una compatibilidad con los procesos ambientales que resulta en una explotación moderada de los recursos naturales (Carrillo y González, 2000). En contraste, el segundo implica una armonía con la naturaleza que resulta tanto en el retorno de tradiciones que respetan el medio ambiente como en nuevas identidades tales como bioseguridad y bioética para comprender a la naturaleza y a la humanidad en una sola entidad (Ortiz y Huerta, 2002; Kuri, 2003).

En consecuencia, ante las evidencias de agravamiento e interconexión de las problemáticas económicas, políticas, sociales y ambientales, se plantea una Racionalidad Ambiental definida como una ética de la otredad, un diálogo de saberes y una política de la diferencia (Leff, 2004).

A partir de la Racionalidad Ambiental se deriva un Comportamiento Sustentable definido como lo necesario para retardar el efecto de las problemáticas económicas y ambientales en la estructura de poder actual y futura que ha crecido y crecerá hasta extinguir los recursos naturales, las especies tanto animales como vegetales y el trabajo de quienes se encuentran en las zonas de alto riesgo de dicha estructura (Masera, 2002)

En tal sentido, se gestan conflictos internacionales por la sobreexplotación y transformación de los recursos naturales, su comercialización y distribución en productos y servicios para la humanidad consumista contemporánea sin considerar los efectos en las futuras generaciones. Por lo tanto, el Desarrollo Sustentable, sus programas e instrumentos debieran preservan la estructura del poder económico, político y social, ajustando el empleo, la educación y la explotación moderada de los recursos naturales energéticos y minerales a tecnologías que garanticen este proceso en las siguientes generaciones y sus correspondientes estructuras de poder.

Esto es así porque la acumulación y la concentración del capital, ya no se basan tan solo en la sobreexplotación de la naturaleza y de la mano de obra barata del tercer mundo, sino también en nuevas estrategias de apropiación.

Los estudios en torno a la sustentabilidad han sido planteados a partir de lo que motiva a la gente, cree, percibe, evalúa, conoce y leva a cabo deliberada, sistemática, eficiente y eficazmente más en un sentido de protección a sus descendientes que en un sentido integral de bienestar tanto de la humanidad como de la naturaleza en sus generaciones actuales y venideras. Esto implica la explotación de los recursos naturales en función de las necesidades que una generación antecedente transmite a una generación consecuente.

Debido a que las problemáticas seguirán interconectadas, sólo aspiraremos a retardar sus efectos moderando y mediando la explotación, transformación, comercialización, distribución y consumo de productos y servicios para la humanidad, así como orientando el empleo y la educación a tecnologías que garanticen este proceso en las siguientes generaciones y sus correspondientes estructuras.

La aproximación sustentable puede contribuir en el diagnóstico de la primera fase del proceso de gestión de una política pública planteada por la Comisión Ambiental Metropolitana (2002).

  • Diagnóstico (a través de un modelo de los determinantes de uso de recursos naturales).
  • Formulación conceptual y la planificación de una nueva Política Pública.
  • Legitimación a través de una ley normativa y su ejecución.
  • Evaluación (seguimiento y crítica) de la Política Pública.
  • Actualización (valoración de eficiencia y eficacia) de la Política Pública

Es así como la escasez de recursos naturales tanto energéticos como minerales en los que se encuentra el agua, es un efecto del cambio climático y del Crecimiento Económico. Dicho efecto sobre el comportamiento humano ha sido moderado y mediado por tres entidades:

  • El Estado y sus correspondientes políticas públicas ejecutadas por sus correspondientes instituciones, estudiados principalmente desde la Sociología, la Economía y la Ciencia Política (Hertz, 2002).
  • Las comunidades y su correspondiente innovación, autogestión y transferencia de información, estudiados desde las Ciencias de la Salud, la Antropología, la Sociología y la Psicología (Wiesenfeld, 2001).
  • Los individuos y sus correspondientes percepciones, valores, creencias, motivos, conocimientos, actitudes, habilidades, competencias, conductas y participación estudiados desde la Psicología y la Economía (Bustos, 2004).

La Aproximación Sustentable implica la descripción del Crecimiento Económico, la Autonomía Relativa de las comunidades y los recursos naturales. Es decir, la articulación de una teoría subyacente a algunas proposiciones fundamentales que han sido desarrolladas desde las Ciencias Sociales para explicar el impacto del Crecimiento Económico sobre el comportamiento humano.

En efecto, esta es la tendencia de la ciencia: agrupar de tal modo sus explicaciones en torno a problemáticas para construir un proyecto universal e intergeneracional como el Desarrollo Sustentable. Principalmente, en Física esta articulación se inicia con la propuesta de la Teoría de Supercuerdas, en Química con la Teoría de la Parnakia y desde 1987 la ONU, al formular el Desarrollo Sustentable, plantea entre otras cuestiones, la necesidad de una teoría que articule las proposiciones fundamentales de las disciplinas científicas.

De este modo, ¿Cuáles son las relaciones causales entre las variables que explican el impacto de la situación de abasto de agua sobre el comportamiento humano?

Para responder a la pregunta se modelan ocho variables; (1) Situación de Abasto, (2) Creencias de Disponibilidad, (3) Motivos de Ahorro, (4) Actitudes hacia la Situación de Abasto, (5) Percepción de Control de Fugas, (6) Intención de ahorro de agua y control de fugas, (7) Ahorro de agua y (8) Control de fugas de agua (ver esquema 1). Posteriormente, se establecen las relaciones causales directas–moderadas e indirectas–mediadas entre estas ocho variables y se promociona un uso sustentable de agua.

Esquema 1. Modelación de las variables para predecir el Ahorro de Agua y Control de Fugas

3. Alcances y límites

Los alcances y límites de la aproximación sustentable, estarán en función del siguiente contexto.

Las instituciones académicas promoverán una formación multidisciplinar para facilitar una investigación que explique cuando menos cómo las entidades sean institucionales, organizacionales, tecnológicas o comunitarias van a moderar y mediar el impacto del Crecimiento Económico en el comportamiento humano comunitario y los recursos energéticos y minerales.

Posteriormente, un proceso de selección de variables será necesario para explicar las problemáticas que se derivarán del Desarrollo Sustentable entendido como el nuevo contrato económico, político, social y ambiental que la humanidad debe realizar para preservar a sus generaciones consecuentes en situaciones diferentes a las que nuestra generación ha subsistido.

En el devenir de este proceso, las comunidades tendrán que negociar con los organismos financieros internacionales su inclusión en el nuevo contrato. Para ello, sus miembros deben plantear el futuro de su comunidad más allá de como la han planteado sus ideólogos, más allá de como quieren sus dirigentes que la comunidad subsista, más allá de como sus investigadores simpatizantes conciban la preservación de símbolos, significados y sentidos comunitarios.

Puesto que la tecnología no ha sido desarrollada para preservar los símbolos comunitarios si acaso organizacionales e institucionales, será relevante explicar la emergencia de tecnologías de captación, dosificación, reciclaje y reutilización de recursos energéticos y minerales.

Finalmente, debido a que todo parece indicar que en los próximos 75 años posteriores al año 2025 la humanidad innovara sistemas complejos para estructurar y planificar la migración a otro planeta, será relevante la articulación de la Astrobiología con la Psicología para predecir los comportamientos humanos en una realidad muy distinta a como la hemos atestiguado.

En esencia, este es el contexto y los tópicos que la Aproximación Sustentable tendrá que explicar. Mientras tanto, su enfoque ha sido pertinente en escenarios donde individuos y grupos pueden razonar al mismo tiempo sentir, planificar al mismo tiempo improvisar, sistematizar al mismo tiempo que habituar un comportamiento reactivo y pro activo ambiental.

Referencias

    Aldama, A. (2004). El agua en México: una crisis que no debe ser ignorada. En M. A. Villa y Saborio, E. (coords.). La gestión del agua en México: los retos para el Desarrollo Sustentable (pp. 11-31). México: Universidad Autónoma Metropolitana (Iztapalapa).

    Bustos, J. M. (2004). Modelo de conducta proambiental para el estudio de la conservación de agua potable. Tesis de Doctorado, Facultad de Psicología, Universidad Nacional Autónoma de México.

    Carrillo, G. y González, G. (2000). México: los retos del desarrollo económico y el medio ambiente. Reflexiones Economía y Políticas Públicas. 4, 41-52

    Comisión Nacional del Agua (2004). Estadísticas del Agua en México. México: CNA

    Guimaraes, R. P. y Bárcena, A. (2002). El Desarrollo Sustentable en América Latina y el Caribe desde Río 1992 y los nuevos imperativos de la institucionalidad. En E. Leff, E. Excurra, I. Pysanti y P. Romero (coords.). la transición hacia el Desarrollo Sustentable. Perspectivas de América Latina y el Caribe. (pp.15-34) México: SEMARNAT–INE–UAM–ONU–PNUMA

    Hertz, N. (2002). El poder en la sombra. México: Editorial Planeta.

    Instituto Nacional de Estadística, Geografía e Informática (2000). XII Censo Nacional de Población y Vivienda. México: INEGI

    Kuri, R. (2003). Mundo indiferenciado entre naturaleza y cultura. Logos; Revista de Filosofía. 91, 75-102

    Leff, E. (2004). Racionalidad ambiental. La reapropiación social de la naturaleza. México: Siglo XXI

    Organización de Naciones Unidas (2003). Agua para todos, agua para la vida. Informe sobre el desarrollo de recursos hídricos en el mundo. Nueva York: ONU

    Ortiz, S. y Huerta, E. (2002). La Bioseguridad una herramienta para el Desarrollo Sustentable. En E. Leff, E. Excurra, I. Pysanti y P. Romero (coords.). la transición hacia el Desarrollo Sustentable. Perspectivas de América Latina y el Caribe. (pp. 363-380) México: SEMARNAT–INE–UAM–ONU–PNUMA

    Sartori, G. Y Mazzoleni, G. (2003). La Tierra explota. Superpoblación y desarrollo. México: Taurus.

    Toledo, A. (2002). El agua en México y el Mundo. Gaceta del Instituto Nacional de Ecología. 64. 9-18.

    Wiesenfeld, E. (2001). La problemática ambiental desde la perspectiva psicosocial comunitaria. Hacia una psicología ambiental del cambio. Medio Ambiente y Comportamiento Humano. 2, 1-19.


    Carlos Cáceres Valdebenito

¿El fin de la pobreza dentro de la UE?


Una revision de los informes nacionales 2006-08 sobre las estrategias de protección e inclusión social

La lucha contra la pobreza y la exclusión social es el núcleo del programa de trabajo de Eurochild. Un elemento clave de esta lucha es la monitorización de informes nacionales sobre estrategias de protección e inclusión social desde el punto de vista de los derechos infantiles. Este informe es un resumen de los análisis nacionales creados por ONG y expertos nacionales de los estados miembro para los informes naciones sobre las estrategias de inclusión social (PAN/incl).

Mensajes clave sobre políticas

La mayoría de los informes nacionales sobre estrategias de protección e inclusión social identifican la pobreza infantil como una prioridad. El interés creciente y bienvenido por la pobreza infantil genera una oportunidad de aprendizaje mutuo y de desarrollo de nuevas políticas de acción y cambio. Esta mejora de estatus tiene el potencial de efectuar un impacto real sobre las políticas económicas y sociales de los estados miembro

  • Eurochild hace un llamamiento a los estados miembro y a la UE para traducir este compromiso en objetivos concretos y cuantificables para reducir el número de niños que viven en la pobreza por ingreso. Eurochild pide también que se informe sobre el progreso incremental hacia este objetivo.

Desafortunadamente, no muchos estados miembro han hecho referencia a los derechos de la infancia dentro del contexto de los PAN/incl. Se mostró también una falta de compromiso a la hora de incluir a niños y jóvenes en el desarrollo político de los planes nacionales como “agentes relevantes”. Incluso aquellos estados miembro que han consagrado los derechos de niños y jóvenes en su regulación y en memorandums políticos no consultaron con ellos para los PAN/incl.

  • Los estados miembro deberían abordar la pobreza infantil dentro del marco de su compromiso con la Convención de Derechos del Niño de la ONU. Adoptar el enfoque de los derechos del niño dentro del desarrollo político es clave para reconocer la postura de niños y jóvenes en la sociedad, no como futuros adultos y trabajadores, sino como ciudadanos de hoy.

Las familias monoparentales, las numerosas y los niños con necesidades especiales se identificaron en casi todos los casos como sujetos a un riesgo mayor de pobreza, y necesitados de una acción dirigida. Los niños en orfanatos, minusválidos, gitanos, y niños inmigrantes abandonados se señalaron en varios informes como grupos especialmente vulnerables en necesidad de una atención especial.

  • Eurochild apoya un enfoque dirigido para abordar la exclusion social dentro de grupos de niños especialmente vulnerables. Sin embargo, lamentamos que las políticas de muchos países no aborden la discriminación y la exclusión entre, por ejemplo, hijos de inmigrantes o gitanos. Es más, los niños de la calle brillan por su ausencia en los PAN/incl., a pesar de su creciente número en varios estados miembro.

Muchos informes se centran especialmente en los cuidados durante la primera infancia y la educación, especialmente en un marco de apoyo a padres para volver al trabajo, y dentro de políticas de igualdad en el empleo. Mientras que los esfuerzos para aumentar los servicios de servicios de guardería son necesarios y bienvendios, la calidad de dichos servicios no debe resentirse.

  • Los estados miembro deberían asegurar objetivos que aumenten la provisión de servicios de cuidado a la primera infancia, dentro de un marco claro de monitorización y regulación de la calidad de dichos servicios en términos de precio, disponibilidad, enfoque pedagógico y cualificación.

Los informes también tratan en profundidad las políticas educativas. La reducción del fracaso escolar y el desempleo juvenil son objetivos políticos clave en casi todos los estados miembro. Se subraya especialmente la necesidad de formación y una educación relacionada con el empleo, y varios estados miembro promueven una educación no formal que se centre en la emancipación social de los jóvenes.

  • Eurochild se alegra del énfasis sobre la educación como clave para prevenir la exclusión social. Sin embargo, varios análisis nacionales han subyrayado el trecho entre aspiración e implementación, algo que hay que mejorar si se quiere conseguir un verdadero impacto..

La necesidad de apoyar a los padres en su papel de cuidadores y educadores principales de los niños se aborda en muchos PAN/incl. Los esfuerzos por aliviar los múltiples retos a los que las familias que viven en la pobreza se enfrentan son más que bienvenidos. Sin embargo, existe una tendencia creciente que consiste en centrarse en las deficiencias ya identificadas en la paternidad.

  • Los estados miembro deberían centrarse en dar poder y apoyo a las familias, y en derribar las barreras estructurales para la inclusión, en vez de aumentar el peso sobre los padres.

La mayoría de los estados miembro presenta una mezcla política equilibrada ante la pobreza infantil. Los beneficios monetarios son esenciales, y es preocupante que en ciertos estados miembro esté bajando su valor, o no satisfagan las necesidades reales. En los campos de acceso a la sanidad y a la vivienda, varios estados miembro se están centrando especialmente en familias que viven en la pobreza.

  • Eurochild apoya el movimiento hacia un enfoque más equilibrado entre provision de servicios, además del ingreso familiar. De todas formas, unas transferencias de efectivo adecuadas deben ser la base de cualquier estrategia política para acabar con la pobreza.

Recomendaciones clave sobre el MAC

En el contexto del desarrollo futuro del Método Abierto de Comunicación sobre inclusión social, Eurochild hace las siguientes recomendaciones:

1/ Eurochild se alegra ante la atención que recibe a nivel europeo el tema de la pobreza infantil. A través del aprendizaje mutuo, la revisión de pares y los mecanismos de gobierno, el MAC es, en potencia, un instrumento de cambio muy poderoso. Sin embargo, para alcanzar su potencial, debe haber una mayor sensibilización y coordinación entre los distintos niveles y departamentos de gobierno.

2/ Se deben tejer unos nexos más fuertes entre la monitorización y la implementación de la Convención sobre los Derechos del Niño de la ONU y los esfuerzos para terminar con la pobreza infantil. La última comunicación de la UE al respecto, “Hacia una estrategia europea sobre los derechos de la infancia”1, apoya tal enfoque. En ella se hace un llamamiento por la integración de los derechos de la infancia en todas las políticas, estrategias y programas de la UE que tienen un impacto sobre los niños. Un enfoque de los derechos de la infancia aseguraría un resultado más positivo para los niños en todas las políticas, y aseguraría que los derechos de niños y jóvenes se oyen. En esa línea, Eurochild aboga por un refuerzo de la coordinación entre políticas relenvates, para desarrollar de una forma más eficaz estrategias a través de los distintos sectores para prevenir la pobreza y la exclusión social.

3/ Eurochild da la bienvenida a la iniciativa para desarrollar un indicador primario que refleje mejor el bienestar infantil. Eurochild lleva tiempo pidiendo un indicador o conjunto de indicadores que no esté relacionado con los ingresos, que sea específico para niños y jóvenes y que incluya la percepción de necesidad de los niños.

4/ Las ONG infantiles deben ser más conscientes de la importancia del MAC para su trabajo. Se les anima a participar de forma proactiva en su creación, monitorización e implementación de los PAN/incl.

Carlos Cáceres Valdebenito

“POBREZA, POBLACIÓN Y DESARROLLO SOSTENIBLE: PAUTAS DE CONSUMO Y PRODUCCIÓN INSOSTENIBLES.”


EL MEDIO AMBIENTE: UN DERECHO DE TODOS

Tanto el medio ambiente, como la fauna y la flora son considerados “intereses difusos o colectivos”, esto quiere decir que se trata de temas que no son atinentes a una persona en particular, sino a muchas que conforman una colectividad que puede verse afectada por la degradación del medio ambiente. Actualmente estos intereses difusos o colectivos son también llamados “derechos de incidencia colectiva”, con lo que destaca la consideración del medio ambiente como un derecho o facultad que tenemos todos y cada uno de nosotros.

En un primer momento sólo las Organizaciones No Gubernamentales (ONGs) podían solicitar reclamos al gobierno para proteger y hacer efectivos estos intereses. Hoy hay una tendencia universal hacia la protección de estos intereses mediante el reconocimiento de reclamos que pueden ejercer no sólo organismos colectivos (asociaciones), sino también los mismos particulares en forma individual. Esto nos lleva a plantearnos lo siguiente: ¿Si el medio ambiente es un derecho de todos, no es entonces, también, un deber de todos conservarlo, cuidarlo, mejorarlo y protegerlo?

Está visto que hoy en día el individualismo ha generado un desarrollo tecnológico sorprendente; ha expandido las ciencias y los conocimientos científicos; se ha logrado que la libertad sea un derecho inalienable reconocido a todos los hombres, lo que ha permitido, a su vez, que cada uno de nosotros desarrolle sus potencialidades hacia donde las quiere desarrollar y de la forma en que desea desarrollarlas. Pero también está visto que, el individualismo llevado al extremo, ha generado que la única preocupación de los hombres sea la propia suerte, dejando de lado, muchas veces, la preocupación por la comunidad; ha provocado también que la libertad garantizada por innumerables documentos no sea ejercida en forma responsable, y que esa irresponsabilidad no sólo perturbe la libertad de los demás individuos, sino que nuble a las futuras generaciones la posibilidad de vivir dignamente.

Con ésta introducción el objetivo es tomar conciencia acerca de los derechos que cada uno de nosotros tenemos y que por lo tanto podemos utilizar como un medio para participar, y a su vez resaltar que hoy el esfuerzo y la acción orientada a lograr cambios depende de cada uno de nosotros, de la sociedad civil. No nos conformemos con soñar un gobierno ideal que resuelva todos los problemas, sino seamos protagonistas de esta realidad que formamos todos, seamos cada uno de nosotros el motor del cambio que estamos buscando.

QUÉ ES EL DESARROLLO SOSTENIBLE

El desarrollo sostenible se define como “la satisfacción de las necesidades del presente sin comprometer la capacidad de las futuras generaciones para satisfacer sus propias necesidades”. Consiste, entonces, en satisfacer las necesidades de la generación actual sin dañar los recursos de la tierra en forma tal que impida a las generaciones venideras satisfacer las suyas. El desarrollo sostenible también subraya la equidad del desarrollo, es decir, considerar que disminuir la distancia entre los países ricos y los pobres es una forma importante de asegurar que las generaciones presentes y futuras puedan satisfacer sus necesidades.

El desarrollo sostenible es un llamamiento a adoptar un enfoque diferente del desarrollo y otra clase de cooperación internacional; reconoce que las decisiones que se adoptan en una parte del mundo pueden afectar a los habitantes de otras regiones.

ANTECEDENTES HISTÓRICOS

A fines de 1960 en las Naciones Unidas las prioridades comenzaban a compartirse: el objetivo original de mantener la paz y la seguridad cedía terreno al de promover el desarrollo económico y social.

En 1969 la Asamblea General había declarado, en la resolución 2581 (XXIV), que la Conferencia sobre el Medio Humano en 1972, en Estocolmo, debía “constituir un medio práctico de fomentar la actuación de los gobiernos y de las organizaciones internacionales encaminadas a proteger y mejorar el medio humano”.

La Conferencia de 1972 comenzó el 5 de junio, fecha que desde entonces se celebra anualmente como el día Mundial del Medio Ambiente. En esta conferencia fue la primera vez que se tuvo en cuenta la estrecha relación entre desarrollo económico y desarrollo ambiental. Su mayor logro fue la creación de un programa ambiental de las Naciones Unidas. El programa de las Naciones Unidas para el Medio Ambiente (PNUMA) sería la primera secretaría mundial de las Naciones Unidas ubicada en un país en desarrollo (Kenya fue el país elegido).

Luego de la conferencia los gobiernos dentro del ámbito de Naciones Unidas crearon un programa Ambiental (UNEP) que hasta el día de hoy sigue siendo un catalizador ambiental para la protección del medio ambiente

Alrededor de 1974, se crea en Nairobi el Centro de Enlace para el Medio Ambiente Internacional (CEMAI) como consecuencia directa de la Conferencia de Estocolmo. Se trata de una coalición mundial de organizaciones no gubernamentales cuyo objetivo es prestar apoyo a las organizaciones no gubernamentales dedicadas al Medio Ambiente y el Desarrollo, especialmente en los países en desarrollo.

En 1994 se realizó la Conferencia Internacional sobre La Población y El Desarrollo (CIPD), en el Cairo (Egipto), donde se desarrolló un enfoque integrado de la pobreza, la población y el desarrollo sostenible.

Más recientemente y considerando el informe de Brundtland de 1987, la Asamblea General llama a una Conferencia sobre Medio Ambiente y Desarrollo (CNUMAD) que terminó informalmente llamada Cumbre de la Tierra, y fue realizada en Río de Janeiro, Brasil del 3 al 14 de junio de 1992, convocando a 172 jefes de gobierno, junto a Organizaciones no Gubernamentales (ONGs). Los principales acuerdos realizados en Río fueron tres: El programa 21 (agenda 21), la Declaración de Río sobre Medio Ambiente y Desarrollo y la Declaración de los Principios Forestales.

Del 6 al 8 de septiembre del año 2000, los jefes de Estado y de Gobierno de los Estados miembros de Naciones Unidas se reunieron en Nueva York para dar forma a una Resolución en la cual se puntualizan ciertos objetivos para lograr un Desarrollo Humano Mundial. La Resolución 55/2 “Declaración del Milenio” contiene metas y plazos, con un plazo final para el año 2015, donde se plantean el cumplimiento de los Objetivos, en los porcentajes que plantea cada uno de ellos.

La Declaración del Milenio da lugar a la consagración de los 8 Objetivos de Desarrollo del Milenio, los cuales plantean los siguientes objetivos:1º Erradicar la pobreza extrema y el hambre; 2º Lograr la enseñanza primaria universal; 3º Promover la igualdad de oportunidades entre los géneros y la autonomía de la mujer; 4º Reducir la mortalidad infantil; 5º Mejorar la salud materna; 6º Combatir el VIH/SIDA, el paludismo y otras enfermedades; 7º Garantizar la sostenibilidad del medio ambiente; 8º Fomentar una asociación mundial para el desarrollo.

Por último también es necesario mencionar a la Cumbre Mundial sobre Desarrollo Sostenible realizada en septiembre del 2002 en el centro de Convenciones de Sandton, en Johannesburgo (Sudáfrica), cuyo principal objetivo fue renovar el compromiso político con el desarrollo sostenible.

EL DESARROLLO SOSTENIBLE Y LA ERRADICACIÓN DE LA POBREZA.

Cada año, en los países en vías de desarrollo, nacen más de 20 millones de niños con insuficiencia de peso. En 2002 había 852 millones de personas subalimentadas en todo el mundo. En un quinquenio, la cifra creció en razón de 4 millones por año.

Entre las causas naturales del problema, las sequías ocupan el primer lugar. En materia económica, las orientaciones neoliberales impuestas por el Fondo Monetario Internacional (FMI) y el Banco Mundial, con el consentimiento de los gobiernos locales, tienen una enorme gravitación en el aumento de la inseguridad alimentaria, al exigir la eliminación de los subsidios a los productos de primera necesidad y destinar las riquezas producidas al pago de la deuda externa.

La propagación del sida es también un factor determinante. En África Austral, al menos una de cada cinco personas que trabajan en el sector agrícola morirá antes de 2020, lo que amenaza seriamente el acceso a la alimentación de los habitantes de la región. De los 35 países que enfrentan graves carencias alimentarias, 24 son africanos.

Se hace evidente entonces que el desarrollo sostenible debe beneficiar a los pobres. En las declaraciones ministeriales y demás declaraciones resultantes de las reuniones regionales preparatorias de la Cumbre de la Tierra, se reconoció de manera general que uno de los desafíos más importantes que plantea el desarrollo sostenible es sentar las bases para que los pobres puedan salir de la pobreza y vivir una vida digna y gratificante.

Una innumerable cantidad de personas muy pobres vive en regiones sometidas a grandes presiones ecológicas y sus comunidades dependen considerablemente de lo que les ofrece la naturaleza. La degradación del medio ambiente natural menoscaba en gran medida su capacidad para satisfacer las necesidades mínimas.

Las iniciativas tendientes a erradicar la pobreza en forma permanente deberán apuntar al logro de una forma de desarrollo centrada en la comunidad que, al mismo tiempo, tenga en cuenta la dependencia de la comunidad local de su medio ambiente natural. Los programas de lucha contra la pobreza y de gestión de recursos deberán unificarse en un marco común que abarque todos los planos, desde la cuenca a que pertenece la comunidad hasta el plano mundial.

En muchos casos, la pobreza va acompañada de desempleo, desnutrición, analfabetismo, baja condición de la mujer, riesgos del medio ambiente y limitado acceso a servicios sociales y de salud, entre ellos los servicios de salud reproductiva, incluidos los de planificación de la familia. Todos esos factores contribuyen a los altos niveles de fecundidad, morbilidad y mortalidad axial como a la baja productividad económica.

La pobreza también está estrechamente relacionada con la inapropiada distribución de la población, el uso insostenible y la distribución poco equitativa de recursos naturales como tierra y agua y un grave deterioro del medio ambiente.

Es necesario entender que las actividades encaminadas a un crecimiento más lento de la población, la reducción de la pobreza, el logro del progreso económico, una mayor protección del medio ambiente y la reducción de pautas de consumo y producción insostenibles, son acciones que se refuerzan entre si.

Los esfuerzos encaminados a eliminar la pobreza requieren inversiones en educación básica, saneamiento, abastecimiento de agua apta para el consumo, vivienda, abastecimiento de alimentos e infraestructura para poblaciones de rápido aumento. Esto sobrecarga economías ya débiles y limita las opciones de desarrollo. Deben crearse empleos para crecientes cantidades de jóvenes que ingresan en la fuerza laboral en momentos en que el desempleo ya está generalizado. Es necesario lograr un desarrollo económico sostenido en el marco del desarrollo sostenible, a fin de dar lugar a todas esas presiones.

Por último, me parece enriquecedor mencionar las palabras de Theodore Panayotou quien en su libro “Ecología, Medio Ambiente y Desarrollo” opina: “Si la sustentabilidad quiere decir que la generación actual de gente pobre debe soportar una situación espartana, con el fin de que la generación siguiente pueda tener un nivel de vida mejor, entonces tal concepto carece hasta del más elemental sentido de justicia entre las generaciones. Por otra parte, si la sustentabilidad significa que las generaciones del futuro deben tener el mismo nivel de vida que la generación actual, entonces tan sólo implica que la pobreza se va a perpetuar.

(…) El desarrollo sostenible debe ser benéfico tanto para la generación de hoy como para las del futuro (...) De hecho la sustentabilidad no se puede alcanzar si no hay crecimiento económico.”



PAUTAS DE CONSUMO Y PRODUCCIÓN INSOSTENIBLES

La pobreza generalizada, las condiciones del medio ambiente, la utilización de los recursos ambientales y el desarrollo económico y social son factores estrechamente vinculados con el crecimiento y la distribución de la población.

Siendo las pautas de excesivo consumo y desperdicio en la producción una de las principales causas de del deterioro del medio ambiente y del agotamiento de los recursos, es entonces necesario prestar especial atención al asunto. Sobre todo el problema está en encontrar el equilibrio entre un desarrollo económico que permita cubrir las necesidades humanas pero, al mismo tiempo, encontrar las estrategias adecuadas para preservar el entorno natural y asegurar le distribución equitativa de los recursos mundiales.

Las pautas de consumo y producción insostenibles están agotando los recursos naturales y causando el deterioro del medio ambiente, a la vez que agravan la falta de equidad social y la pobreza. El reto de desarrollo consiste en satisfacer las necesidades de las actuales generaciones y mejorar la calidad de su vida en maneras que no comprometan la capacidad de futuras generaciones para satisfacer sus propias necesidades.

Por todo ello es necesario introducir cambios de gran envergadura para mejorar la eficiencia de la utilización de recursos en los países desarrollados y en desarrollo. Deberían concertarse compromisos e iniciativas tendientes a promover el consumo y la producción sostenibles, y para ello tener en cuenta los siguientes aspectos:

  • Reducir los patrones de derroche en la producción y el consumo de energía y promover el suministro desde fuentes de energías alternativas y sustentables.

Las energías renovables (ER) son cada vez más utilizadas. Energía eólica o solar, modernas calderas a leñas, calentadores solares, biocombustibles, casas bioclimáticas, todo esto existe ya en el mercado a costos que empiezan a ser competitivos.

Casi todos los especialistas en energía estiman que las ER aportarán 2.500 y 3.300 Mtep (millones de toneladas equivalentes de petróleo) para 2020, mucho más que lo que se obtiene hoy de los hidrocarburos. El mundo industrializado puede reemplazar las fuentes fósiles que ya se utilizan respondiendo a una demanda solvente, mientras que en el sur la penetración de las ER requiere que se genere una solvente demanda adicional de energía.

El ejemplo de la energía solar, llamada fotovoltaica (FV) es esclarecedor: en 20 años 50.000 habitantes de estas regiones pudieron alumbrarse y escuchar la radio gracias a la energía fotovoltaica. Sin embargo, otros 1.900 millones siguen careciendo de electricidad: aun multiplicado por 100, el ritmo de progreso actual, se necesitarían al menos 400 años para satisfacerlos. Cuando se toma en cuenta que la electricidad FV sin conexión a red cuesta tres y cinco veces más que su principal competidor(el motor diesel) se advierte que la FV no será competitiva a mediano plazo.

Ya existe la posibilidad de aportar la energía necesaria de otra manera, de inmediato, a un menor costo. Pero es evidente que los industriales y los gobiernos de los países desarrollados tienen interés en financiar investigaciones en ese ámbito, presentadas como ayuda al desarrollo. Todo sucede como si los países del Norte, inquietos por las emisiones de gas de efecto invernadero, propusieran recurrir masivamente a las energías renovables, salvo en sus territorios, aun cuando allí disponen de los principales mercados, de capacidad financiera, técnica e industrial indispensable. Si se quiere que las energías renovables cumplan la significativa función que pueden cumplir, sería preciso:

1º Que el control del consumo de energía se convierta en una real prioridad para todos

2º Que los países ricos se decidan por fin a explotar el importante potencial del que disponen en este ámbito y dejen que los países en vías de desarrollo accedan a un petróleo no demasiado caro.

3º Que se ayude a los países del sur que poseen importantes recursos en biomasa, hidráulica y térmica solar a movilizar sus propios medios de investigación y desarrollo, y de industrialización sobre proyectos de utilización racional de esos recursos, de alto valor agregado local.

  • Lograr que las empresas asuman una mayor responsabilidad y rindan más cuenta de sus actos mediante procedimientos como la contabilidad de la ordenación ambiental y la presentación de informes sobre medio ambiente.

En 2002 la Cumbre de Johannesburgo subrayó el papel que deberían desempeñar las empresas para asegurar un desarrollo sustentable. Pero en la práctica, los actos virtuosos suelen hacerse esperar y las grandes compañías industriales se benefician enormemente cuando el Estado no interviene.

Los accidentes industriales son una causa de contaminación importante, siendo los más riesgosos los siguientes: las centrales nucleares instaladas a orillas del mar, centros de investigación bioquímica o química, la degradación generada por la minería y la industria petrolera (se estima que en todo el mundo se arrojan al mar 600.000 toneladas de petróleo cada año: 30% proceden de las instalaciones petroleras, el 60% de fugas y de la limpieza del fondo de los buques y sólo 10% de las mareas negras).

También hay que trabajar respecto de las emisiones de gases causantes del efecto invernadero, para establecer metas obligatorias con el fin de conseguir reducciones sustentables de las mismas.

  • Promover el diseño de productos ecológicos, el etiquetado ecológico y otras prácticas de información trasparentes, verificables y no discriminatorias orientadas a los consumidores.

    Promover un modelo basado en el productivismo y el consumo tiene muchas ventajas. Lo más preocupante es el aumento exponencial de residuos, de los que resulta difícil deshacerse. Las estadísticas no reflejan la amplitud del fenómeno, sobre todo cuando se trata de desechos industriales, que participan en el comercio internacional y recorren a veces largas distancias.

    La montaña de residuos de la producción y del consumo complica cada día más a las sociedades urbanas. No sólo la población aumenta rápidamente y consume más, sino que los productos industriales, muchas veces con exceso de embalaje, tienen una vida promedio cada vez menor. Por otra parte, los productos que actualmente se fabrican están compuestos de una cantidad creciente de materiales difícilmente degradables, como el caso de algunos plásticos. Como la capacidad de gestión de los residuos es mucho menor que la capacidad de producción de los bienes de consumo, su acumulación parece difícil de frenar, sobre todo teniendo en cuenta la tasa de crecimiento de algunos países asiáticos muy poblados.

    En cuanto al tema de la importación y exportación de residuos, la primera sorpresa es constatar la dificultad para reunir datos. Sin embargo, las estadísticas parciales muestran un claro aumento de residuos en movimiento.

    En el curso de la década de 1980 se reforzaron considerablemente las normas de protección del medio ambiente en los países occidentales, y se firmaron acuerdos internacionales que reglamentaban e incluso prohibían el transporte hacia los países del sur.

    El tráfico se dirigió entonces hacia los países de Europa oriental y de la ex URSS, y luego volvió rápidamente a los propios países productores de residuos. Esto ocurrió por dos razones: por un lado, el mercado potencial de tratamiento de residuos peligroso es más atractivo para los industriales del sector y, por otro, requiere tecnologías e infraestructuras difíciles de financiar en los países pobres. Los residuos peligrosos pasaron así de la categoría de problema a la de fuentes de ganancias.

    Más preocupante es el hecho de que, bajo la denominación de “reciclado”, los países occidentales envían a Asia o África residuos cuyo tratamiento se juzga demasiado contaminante o poco rentable. El caso de los desechos electrónicos (computadoras, teléfonos, inalámbricos, etc.) es representativo, ya que su volumen aumenta de manera exponencial, la duración de su vida útil disminuye constantemente, varios de los componentes utilizados son tóxicos (cadmio, plomo y mercurio), y se los envía a China, India o Sudáfrica para ser desmantelados y “reciclados”. Esta actividad no sólo pone en peligro la salud de los trabajadores, sino que además contamina el aire, el suelo y las napas freáticas.

    Muchos ecologistas denuncian este tipo de actividad de reciclado y se movilizan para promover nuevas alternativas: replantear la producción teniendo en cuenta el futuro de los productos, tratar los residuos localmente para evitar su transferencia a largas distancias, revalorizarlos como materias primas o fuentes de energías; pero, antes que nada, controlar el consumo.

    Otros puntos importantes a resolver, para lograr la modificación de los patrones insostenibles de consumo y producción son:

  • Poner en práctica programas de asistencia para aumentar la productividad y la competitividad de las industrias de los países en desarrollo y con economías en transición, en particular en las industrias que pueden proporcionar muchas posibilidades de empleo o cuyas actividades tienen grandes repercusiones en el medio ambiente.

  • Prestar asistencia a las empresas de pequeña y mediana escala de los países en desarrollo y con economía de transición, mediante la aplicación de programas de información y capacitación, y aprovechar las oportunidades empresariales de una mayor conciencia de los consumidores acerca del consumo sostenible.


    CONCLUSIÓN:

    El tema de pautas de consumo y producción insostenibles es uno de los grandes desafíos que enfrenta el tan mencionado desarrollo sustentable y por ende toda la humanidad.

    Creo que hoy la clave está en razonar este tema inserto en todo un contexto de causas y consecuencias que lo unen a muchos otros grandes desafíos que tiene hoy la sociedad. Es que hoy abordar este tema implica, a su vez, conectarlo con otros temas como la pobreza, el aumento de la población y por lo tanto un mayor número de necesidades básicas para satisfacer; a lo que se unen las empresas y la competitividad, que selecciona permanentemente quienes quedan dentro del sistema y quienes no, que exige más y más tecnología para aumentar la eficiencia y las ganancias, y que no deja tiempo para preocupaciones a futuro.

    El problema consiste en encontrar el equilibrio entre gobiernos cuya pobreza no sólo no da lugar a otra preocupación más que a la subsistencia y la alimentación de su población, sino que no cuenta con recursos para preocuparse por el desarrollo sustentable; gobiernos cuyo crecimiento es tan ideal que su única preocupación es mantenerlo, perpetuarlo en la historia, y que si bien tienen recursos para emprender un cambio ese cambio no les conviene; y las empresas que no representan a otro interés que no sea la máxima ganancia y competencia (es decir el propio interés), y que hoy en día son entes independientes y es muy difícil para los Estado ponerles límites.

    Esta puja de intereses se agrava aún más cuando el individuo se encuentra inserto en una realidad que lo agobia, una realidad en donde el tiempo es oro, en donde las responsabilidades lo sobrepasan y si las deja de lado sus familias serán quienes sufran las consecuencias. Una realidad que no deja tiempo a pensar, a tomar conciencia, a frenarnos por cinco minutos y recapacitar sobre si vivir así vale la pena.

    Volviendo a citar a Theodore Panayotou en su libro “Ecología, Medio Ambiente y Desarrollo”, destaca: “Tanto el viejo argumento según el cual los recursos naturales son un regalo de la naturaleza y todo el mundo los debe disfrutar en forma gratuita, como la idea de que el medio ambiente es un bien público con el cual no se puede negociar en los mercados, han resultado erróneos a la luz de los hechos concretos, por lo menos. Primero, que los recursos naturales se agotan con rapidez cuando se los considera como bienes gratitos o como propiedad del estado. Cuando el ambiente se concibe como un bien público o como “propiedad de todos”, se convierte a la postre en “propiedad de nadie”. El segundo hecho es que los pobres, en nombre de los cuales se ha excluido del ámbito de los mercados a los recursos y al medio ambiente en forma muy patente, han sido las principales víctimas. El tercero de esos hechos es que en los últimos años se han elaborado y ensayado con éxito muchos enfoques, mecanismos e instrumentos novedosos, cuyo propósito es la incorporación de los recursos naturales y del medio ambiente en el dominio de los mercados”.


    Ojala que Carl Marx se haya equivocado cuando decía que “no es la conciencia de los hombres lo que determina la realidad, sino que es la realidad social lo que determina la conciencia”, ya que esto significaría que hasta que el hombre no vea y padezca en carne propia las consecuencias de un medio ambiente desvastado por completo, hasta que esa realidad no le sea palpable, el hombre no podrá tomar conciencia de que ese escenario debe ser modificado. El problema aquí es que cuando ese momento llegue las posibilidades de mejorar la situación ya van a ser nulas. Se necesita entonces que hoy, el cambio de conciencia, determine el cambio de la realidad; nuestro planeta necesita hoy que el cambio de conciencia sea primero y no que el dolor de las carencias sea el que haga tomar conciencia

El trabajo respecto a la realidad que sufre nuestro único hogar ha comenzado, pero como muchas veces se ha dicho de la teoría a la práctica parece haber un abismo.

. Tenemos libertad, tenemos medios para hacer valer nuestras posturas ante las autoridades, tenemos corazón para que esta realidad no nos pase desapercibida, tenemos conciencia para encontrar soluciones, y tenemos manos para transformar nuestro mundo. Una vez más destaco que hoy más que nunca el trabajo es de todos, porque la realidad que hoy vivimos también es culpa de todos, ya sea porque no queremos verla, ya sea porque si la vemos no nos interesa emprender la lucha para dejar nuestra huella.




    BIBLIOGRAFÍA:

    • Trabajo sobre “Desarrollo sostenible. Aplicación del Programa 21 (Río +10)” realizado por la Oajnu.
    • “El Atlas de Le Monde Diplomatique” penúltima edición, págs: 20 y 21; 24 y 25; 26 y 27; 30 y 31.
    • La población y el desarrollo sostenible: conferencia Internacional sobre la población y el desarrollo, El Cairo (Egipto). Enfoque integrado. w.un.org/spanish/conferenses/acción2.html
    • Programa de Acción de la Conferencia Internacional sobre la Población y el desarrollo: cap. III, Relaciones entre la población, el crecimiento económico sostenido y el desarrollo sostenible.
    • Panayotou, Theodore:“Economía, Medio Ambiente y Desarrollo”, cap. 6 Desarrollo Sostenible y Crecimiento Económico., págs 185 a 190.
    • Rivera, Julio C.: “Instituciones del derecho Civil”, tº I.
    • Raymond, Aron: “Las etapas del Pensamiento Sociológico”, pág. 188.

Carlos Cáceres Valdebenito